Tra la Siberia e il West: Evgenij Aleksandrovic’ Evtus’enko 

Poeta del ”finto” disgelo, bardo dell’era Chrus’c’ev 

Nikita Seergevic’, come lo chiamavano i russi, aveva appena rivelato al mondo, se non tutti, quantomeno i peggiori e più efferati crimini di Stalin: il XX congresso del PCUS si era velocemente trasformato, da recita nella quale ciascuno si limitava strettamente al proprio copione, in una tombale assemblea di perplessità. Vi erano quelle del gruppo dirigente stretto attorno a Chrus’c’ev: i suoi colleghi erano resi tiepidi dalla possibilità, intravista, di venire travolti, anch’essi, in quanto ex-collaboratori, dalla bufera che si apprestava a smontare, pezzo per pezzo, il mito di Stalin. Vi era anche, però, e soprattutto, la perplessità di tutti coloro che avevano collaborato con Stalin e che non avevano la minima di  voglia di rinnegare il passato e considerarsi partigiani di una fazione messa all’angolo dalla storia. Fuori dall’assemblea, però, l’entusiasmo popolare divampa: il 1956, al netto dell’iniziale, inevitabile, disorientamento verificatosi nell’intero ”mondo” socialista, segna l’inizio vero e proprio del così detto ”disgelo”. Est e Ovest, per la prima volta, avrebbero provato a coesistere, ciascuno a modo suo, in una competizione più agonistica che bellica, quasi che la corsa verso il progresso altro non fosse che una cento metri olimpica nella quale, però, erano le intere popolazioni delle due superpotenze globali a competere. Del resto, era uscito solo un anno prima il romanzo di Il’ja Erenburg dal titolo ”Il disgelo”, e nonostante la portata letteraria del libro sia ”non straordinaria” (Piretto G.P., 1998), resta comunque al suo autore il non piccolo merito di aver saputo cogliere appieno lo spirito del suo tempo.  

In foto, Nikita Seergievijc’ Chrus’c’ev, segretario del PCUS dal 1953 al 1964.

E da qualche parte, a Mosca, presso la sede dell’Unione Scrittori, un giovane poeta gioiva assieme ai suoi amici e colleghi del nuovo corso che il partito, e dunque l’intero paese, sembravano avere imboccato: il suo nome era Evgenij Aleksandrovic’ Gangnus, ma tutti lo conosceranno semplicemente come Evtus’cenko. Quest’ultimo era il cognome della madre, una nota cantante lirica di origine ucraina, giunta nella remota Zimà, Siberia, dove Evgenij nascerà nel 1932, in compagnia del padre, un giovane studente di geologia dell’università di Mosca. Ed è lì, a Mosca, che la famiglia farà ritorno. Lì Evtus’cenko trascorse l’infanzia, almeno fino al fatale 1941: mentre i tedeschi avanzano inesorabilmente verso Mosca, il padre di Evgenij parte per il Kazakhistan: ufficialmente si trattava di una spedizione geologica, in realtà fu un vero e proprio abbandono. La madre a quel punto decide di accompagnare l’armata rossa al fronte, cantando per i soldati. Il ragazzo, ormai completamente abbandonato a sé stesso, ha soltanto dodici anni. E anche se di lì a poco verrà espulso dalla scuola, già inizia a scrivere i primi versi. In cerca di avventura, quindi, si mette sulle tracce del padre: lo incontra infine e questi, a dire il vero affatto felice di riabbracciarlo, gli procura un lavoro come operai negli scavi geologici, a patto che Evgenij, però, non rivelasse a nessuno di essere suo figlio. Evidentemente deluso, nel 1949 fa ritorno a Mosca, dove incontra nuovamente la madre: invecchiata, ha perso quasi completamente la voce. Ora canta in un cinema, all’intervallo tra uno spettacolo e l’altro.  

In foto, Mosca nei primi anni ’50.

È in quello stesso anno, però, che Evtus’cenko viene notato dal direttore di un periodico sportivo che lo chiama a collaborare. Iscrittosi all’Istituto di Letteratura, in breve tempo si guadagna la stima e l’amicizia di alcuni dei più influenti giovani intellettuali sovietici, su tutti Tvardoskij. Con l’uscita, nel 1952, della sua prima raccolta di versi, ”Gli esploratori dell’Avvenire”, che lo stesso Evtus’cenko, in seguito, derubricherà a peccato di gioventù, si guadagna l’ingresso nell’Unione degli Scrittori. È con queste credenziali il giovane Evgenij si presenta all’appuntamento con la storia: nel 1953, infatti,  muore il maresciallo dell’Unione Sovietica, l’uomo d’acciaio. E a mano a mano che si rarefanno le folle oceaniche in pellegrinaggio al mausoleo del dittatore, aumenta il numero dei giovani che prendono a frequentare le recitazioni pubbliche di poesie organizzate da Evtus’cenko e dai suoi colleghi. Nel ’56, poi, il suo destino incrocerà quello dell’uomo più potente dell’Unione: il segretario Nikita Seergevij Chrus’c’ev. Dopo la condanna ufficiale di Stalin da parte di quest’ultimo, infatti,  Evtus’cenko, non senza una buona dose di opportunismo, pubblica una serie di poesie contro ”l’uomo d’acciaio”. La più celebre, senza dubbio, ”Gli eredi di Stalin”. Nella quale, fra l’altro, si può leggere: ”…l’abbiamo portato via dal mausoleo. Ma come togliere Stalin/dagli eredi di Stalin?”.  

In foto, Evgenij Aleksandrovic’ Evtus’cenko.

La risposta sembrava dargliela il ”suo” Nikita Seergevijc’, il quale seguitava a fustigare la burocrazia del partito criticandola senza remore per le sue inefficienze, e colpendo quest’ultima, soprattutto, nei numerosi privilegi accumulati durante il ”terrore” staliniano. Nel 1959, poi, Chrus’c’ev affronta un epocale viaggio negli Stati Uniti che dà avvio, ufficialmente, al momento politico del più ampio ”disgelo” post- Stalin. Americani e russi, da quel momento in poi, avrebbero potuto scherzare assieme, magari davanti ad una birra, alla fiera agricola dell’Iowa: questo era, del resto, quello che avevano fatto i loro rispettivi presidenti. Indimenticabile un filmato nel quale il leader sovietico tocca la pingue pancia di un agricoltore americano esclamando soddisfatto:”finalmente un vero americano!”. Al di là delle battute di circostanza, Chrus’c’ev rimase davvero ammirato dall’agricoltura statunitense e, in particolare, dalle enormi potenzialità del grano turco. ”Kukuruza”, ripeteva di continuo il leader sovietico, e favoleggiava di sterminati campi di grano turco che avrebbero riempito i vasti spazi ancora incontaminati della steppa centro-asiatica: fu lanciata la campagna delle così dette ”terre vergini”. Nell’immediato, però, l’unico effetto ottenuto da Chrus’c’ev  fu quello di guadagnarsi, fra la gente, il soprannome di ”Kukuruznik”, in verità affatto lusinghiero.  

In foto, copertina del Time celebra il ”nuovo corso” inaugurato da Chrus’c’ev (30 Novembre 1953).

In verità, ci fu anche un secondo, imprevedibile, effetto: Evtus’cenko, solleticato da tutto quel fiorire, sulla bocca del non certo più giovane leader sovietico, di termini quali ”dissodamento”, ”pionieri” e ”avvenire”, ritrovò in quei discorsi il grande mito della strada, Hemingway e Keroauc, i campi di grano ai margini della carreggiata, insomma. Il suo entusiasmo, come sempre, è incontenibile: ”Tutto il mondo è una pannocchia/che scrocchia sotto ai denti”, scriverà Evtus’cenko nel 1960, a un anno esatto dallo scoccare di quello che verrà definito ”il ’68” a Mosca (Piretto G.P., Moretti&Vitali, 1998). Di lì a poco dedicherà a Boris Pasternak, scomparso nel medesimo 1960, la poesia ”Il recinto”. Nel ’61, l’anno che Micheil Kuraev definì ”l’anno migliore di tutto il XX secolo” segna, nella biografia di Evtus’cenko, un punto di non ritorno: egli sceglie infatti di celebrare, in versi, le vittime di uno dei più efferati massacri della Seconda guerra mondiale, rimasto, perlopiù per motivi politici, nell’ombra. Tra il 29 e il 30 settembre del 1941, le truppe d’occupazione naziste avevano massacrato decine di migliaia di ebrei kieviti, con stime che vanno dalle trenta alle ottantamila vittime. E se fino a quel momento il silenzio aveva avvolto questa tragedia, da quel momento l’eccidio di Babij Jar si legherà inscindibilmente ai versi di Evtus’cenko:”Su Babij Jar stormiscono le erbacce (…) Tutto qui urla il silenzio e sento la mia testa nuda impallidire lentamente/ E sono me stesso/ un immenso grido silenzioso/Sulle migliaia e migliaia di morti sepolti”. Questa scelta, però, lungi dall’accrescere la sua fama e la stima di cui godeva fra i vertici politici, gli attirò le critiche di tutti coloro che, per una ragione o per un’altra, non apprezzavano la piega che la letteratura sovietica stava prendendo: Evtus’cenko fu accusato di aver tralasciato i morti russi e ucraini in nome di uno sterile internazionalismo che, nella mente dei suoi accusatori, rischiava facilmente di sconfinare nel ”cosmopolitismo” dei Trockijsti ”senza patria”, e quindi nell’eresia. Lo stesso Chrus’c’ev, il ”suo” Nikita Seergevijc’, lo attacca duramente. Contemporaneamente, aveva fatto scandalo una sua precoce autobiografia pubblicata a Londra. Ai tempi di Stalin, si veniva deportati o uccisi per molto meno.  

Ma non erano più i tempi di Stalin: riacquistata in fretta la fiducia dell’establishment, Evtus’cenko ritorna ad essere l’ambasciatore ufficiale della cultura sovietica all’estero, con tutte le ipocrisie e le contraddizioni che da questa posizione derivavano e che egli, a dire il vero, ha sempre accettato senza troppo polemizzare. I suoi giudizi, esternati alla stampa estera, raramente contraddicevano gli indirizzi del partito circa questo o quell’autore, questa o quell’opera. Nel 1964, però, il vecchio Chrus’c’ev viene rovesciato dalla nomenklatura del partito, che si riprende, con Brez’nev, le leve del potere. Quando Chrus’c’ev morirà, nel 1971, solo e dimenticato, Evtus’cenko sarà l’unico nome di spicco presente ai suoi funerali. L’anno seguente, poi, verrà ricevuto alla Casa Bianca dal presidente americano Nixon, auspicio di un futuro più o meno prossimo. In Unione Sovietica, ormai, non c’era più spazio per lui, per la sua sensibilità, così legata, direi quasi in modo viscerale, all’epoca di ”disgelo” inaugurata da Nikita Seergevijc’. E così, quando ne ha la possibilità (dopo la caduta dell’URRS), parte, ancora una volta: dal 1993 sarà insegnante di letteratura russa presso l’università di Tulsa (Oklahoma), dove morirà nel 2017. Aveva, infine, realizzato il sogno, che poi era anche del ”suo” Nikita Seergevijc’, di conoscere, davvero, l’America.  

In foto, Evtus’cenko e Nixon nello studio ovale.

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