L’ossessione russa per la storia bizantina
Il 25 marzo 2008, mentre l’opinione pubblica russa viene accuratamente preparata a quella che sarà la seconda guerra osseto-georgiana – l’intervento militare russo in favore dei separatisti abcasi e osseti – la nota bizantinista Silvia Ronchey scrisse, per ‘’La Stampa’’, un arguto articolo intitolato ‘’Ras-Putin il fantasma bizantino’’. Il riferimento è a Tichon Sevkunov, l’archimandrita del monastero Sretenskij (Mosca), e al suo stretto – all’epoca – rapporto con Vladimir Putin.

In foto, Sevkunov, Putin e il patriarca Kirill.
Pare che Sevkunov si fosse fatto notare nei primi anni 2000, con una campagna contro i codici a barre, ‘’accusati di essere segni dell’Anticristo’’, quando era soltanto un giovane prete ortodosso. Ma il vulcanico religioso, il quale aveva già all’attivo un passato di studi cinematografici, si prese le luci della ribalta proprio nel 2008 in cui uscì l’articolo della Ronchey: ‘’La distruzione dell’impero: una lezione bizantina’’ fu sulla bocca di tutti per mesi, in Russia. Nel film, si tratteggia una Bisanzio culla della civiltà cristiano-ortodossa assediata dagli occidentali, avidi e dissacratori. La Ronchey considera questo progetto come qualcosa di organico alla propaganda putiniana, ma non solo: nella vicenda di una Bisanzio vittima della nefasta influenza occidentale, tradita da un’oligarchia propensa a venire a patti con gli invasori stranieri, il riferimento alle vicende contemporanee (oramai, coeve) della Federazione non può non venire colto. E, difatti, Silvia Ronchey nota come, ad applaudire l’opera di Sevkunov, vi fosse una ‘’vecchia leva di bizantinisti passati dalla fede nel partito a quella nella Chiesa’’, studiosi che in gioventù introiettarono una forma mentis anche e soprattutto attraverso la formazione accademica che ricevettero. Ma anche un altro fantasma, a dire il vero, viene evocato da Sevkunov nella sua pellicola, ricordandone l’amore per la storia bizantina: Stalin.

In foto, Stalin.
Del resto, come ricorda la stessa Ronchey, si deve proprio a Stalin ‘’il grande impulso’’ che fu dato in Unione Sovietica, nel dopoguerra, agli studi su Bisanzio. Menzionando il ‘’piccolo padre’’ ricostruttore della patria sovietica dopo l’epoca grande e terribile seguita alla rivoluzione e culminata nel secondo conflitto mondiale, è palese come il regista voglia additare a Putin l’esempio di Stalin, che a sua volta si abbeverava di realpolitik attraverso il prezioso modello bizantino. Del resto, sembra dirci lo stesso Sevkunov, gli oligarchi dei tempi della caduta di Bisanzio, copie di quegli stessi che attentavano all’unità dell’impero dai tempi della dinastia macedone, non sono poi così diversi da quelli attuali, agenti segreti sotto mentite spoglie, sovversivi desiderosi di attentare all’integrità politica e morale del popolo russo. Magari proprio col concorso dei soliti occidentali, per non parlare degli ebrei. Trockij, il capo dei ‘’senza patria’’, come presero a chiamarlo Stalin e i fautori del suo ‘’socialismo in un solo paese’’, era ebreo. Stalin ebbe gioco facile nel bollarlo come spia al soldo dello straniero. Comunque, chiamare in causa quest’ultimo personaggio parrebbe fuori luogo; se non fosse che la Ronchey, al termine del suo articolo, decide di mettere apertamente in relazione il ‘’revival’’ bizantino in essere nella Federazione Russa, seguito come abbiamo visto alla sempre più forte e salda presa sul potere esercitata da Putin e dalla sua cerchia, con il forte ‘’complesso di inferiorità’’ sviluppatosi in Russia a metà anni ‘90. Quando fu chiaro che del capitalismo i russi avrebbero sofferto gli svantaggi senza poterne trarre i benefici, se non sulla carta, la popolazione, in cerca di una bussola, si ritrovò unita dietro al presidente Putin e ad una Chiesa sempre più protagonista della scena pubblica. Sergej Ivanov, ‘’cattedratico di Mosca’’, come lo definisce la Ronchey, sostiene che nella Russia di Putin la Chiesa ha ‘’riempito di contenuto politico’’ il complesso di inferiorità russo, e Putin, per finire, ha sfruttato ciò. In effetti, senza il sostegno dei patriarchi, dei monaci e dei santi, neppure l’autocrazia bizantina avrebbe potuto resistere così a lungo al logorio dei secoli. Senza la religione, l’ideologia imperiale sarebbe risultata svuotata della sua particolarissima ieraticità, ciò che in passato fu definito cesaro-papismo.

In foto, Putin e il patriarca Kirill.
Tentare una sintesi, realizzatasi in Russia e, prima ancora, nel mondo cristiano-ortodosso, fin dalle più remote età, tra potere politico e autorità religiosa: è questa l’eterna ‘’lezione bizantina’’, in fondo, che il sacerdote-regista Sevkunov aveva da offrire a Putin. Se chi governa in Russia saprà crearla, sembra ripetere, allora l’impero prospererà. Altrimenti sarà la fine, e i rapaci occidentali, assieme a chissà quali orde barbariche, se ne impadroniranno, snaturandolo. Oggi, pare che Putin, di questa ‘’lezione’’, abbia fatto tesoro, e mentre si moltiplicano le occasioni in cui il presidente si mostra in pubblico in compagnia del suo caro amico patriarca, Kirill, la distanza fra Mosca e l’Occidente diviene via via sempre più abissale. Possiamo dire che se la guerra, quella attuale, in Ucraina, ma anche prima, in Georgia e in Cecenia, è vera e propria ‘’struttura’’ del potere putiniano, la ‘’sovrastruttura’’ di questo stesso è costituita dall’ideologia imperiale di matrice bizantina. Lo stesso avveniva ai tempi degli zar, nella loro perenne espansione a Sud ed a Est, quando civilizzavano e cristianizzavano a suon di cannonate. Per Stalin, come sappiamo, era diverso: non più la Chiesa a dover essere fusa con lo stato, ma il partito. Quando però i tedeschi lanciarono la loro grande offensiva, anche Stalin, l’uomo d’acciaio, che aveva imparato a odiare il clero a suon di nerbate, inflittegli durante gli anni dell’adolescenza trascorsi in un seminario georgiano, anche lui cercò l’aiuto della Chiesa. E i soldati sovietici andarono in battaglia dopo la benedizione, al ritorno dagli assalti parteciparono numerosi alle messe da campo e, infine, come in un celebre passo di ‘’Guerra e Pace’’ si inginocchiarono adoranti ai piedi delle antiche icone trasportate in processione dai sacerdoti davanti all’esercito schierato in ordine di combattimento. La particolare docilità della Chiesa bizantina nei confronti del potere politico ha molteplici ragioni, storiche, teologiche e politiche, intrecciatesi tra loro attraverso un intero millennio. Di certo un qualche ruolo giocò il considerarsi, da parte dei bizantini, come una sorta di popolo eletto, vero e degno successore dello Israele biblico. David non era forse stato unto da un profeta, incaricato dal Signore? Non aveva forse con lui un rapporto privilegiato? Come gli antichi re di Israele, i sovrani di Bisanzio non ammettevano superiori neppure nelle questioni religiose, anzi. L’idea di appartenere ad un popolo eletto, da parte dei bizantini, germogliò proprio quando l’impero era sotto l’attacco combinato di slavi e arabi, tormentato dalle lotte religiose e fiaccato dai conflitti dinastici. Rifece quindi la sua comparsa, in pompa magna, dopo la quarta crociata, il 1204 e il sacco di Costantinopoli. Si trattava insomma di una ‘’ideologia della consolazione’’, utile a rassicurare un popolo quando, più che eletto, si sentiva completamente abbandonato. ‘’Ideologia della consolazione’’, quindi, che è poi la medesima espressione che adoperò Lev Trockij per definire il ‘’socialismo in un unico paese’’ propagandato da Stalin e dai suoi fautori.

In foto, Lev Trockij.
Ecco, dunque, che torna comodo il ‘’senza patria’’ per eccellenza, l’avversario per antonomasia di Stalin, che più di altri seppe prevedere il carattere ‘’zarista’’ che la burocrazia del partito avrebbe assunto col tempo. Uno dei motivi per cui la rivoluzione, in Russia, non andò secondo le previsioni, fu che i rivoluzionari, o almeno la maggior parte di loro, si ostinava a definire zarista, o borghese, ciò che era semplicemente, schiettamente, russo. Stalin non fece quell’errore. Lo stesso è intenzionato a fare Putin, sfruttando al massimo tutta la diffidenza, coltivata sapientemente dai loro governanti, che i russi nutrono per gli occidentali. Questi ultimi, eterni nemici, come abbiamo visto, della Civiltà cristiano-ortodossa, almeno secondo una certa vulgata non da ieri cara al presidente Putin. Anch’egli, ormai possiamo dirlo con certezza, appassionato di storia bizantina. È pure vero che esiste anche un altro filone di studiosi e di appassionati russi che studia ed ha studiato la seconda Roma (Bisanzio) per comprendere meglio la terza (Mosca), ma senza per questo ridurne la millenaria epopea a paradigmi cervellotici che possono, al limite, rendere conto di specifiche circostanze, non certo dell’intera parabola di una Civiltà, quella bizantina, così vitale. Ad ogni modo, il ‘’fantasma bizantino’’ periodicamente si ripresenta dalle parti del Cremlino, sintomo non solo della perenne, tragica, ipseità dei russi, quanto della volontà del governante di turno, desideroso di vestirne i panni per trarne onori, spesso dovendone sopportare, come nel caso di Putin, anche gli inevitabili oneri.
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