L’inconveniente di essere nati (romeni) 

Quale identità per il paese di Cioran?  

Come molti suoi coetanei giunti lì dalle più disparate regioni d’Europa e del mondo, dalle più squallide periferie degli anni 30′ del Novecento, Emil Cioran è sepolto a Parigi. Qui si trasferì, definitivamente, nel 1937. Nel giro di pochi anni abbandonerà il romeno, la sua lingua madre (era originario della Transilvania), per iniziare a scrivere in francese. Una lingua nella quale, come dirà lui stesso, ‘’non c’è più alcuna traccia di sangue, di anima, di terra…’’. Proprio ciò di cui Emil Cioran avvertiva l’esigenza: una lingua incapace di celare il nulla che si annida dietro al suono tondo delle parole sulle nostre labbra. Di sangue, anima e terra, poi, aveva fatto indigestione: avvicinatosi al movimento di Codreanu, le Guardie di Ferro, il giovane Cioran si era impegnato in pamphlet antiebraici e in una stucchevole ‘’Trasfigurazione della Romania’’. Ma Emil Cioran, in fondo, è già tutto presente, almeno in nuce, in queste, fugaci, prime esperienze. La figura dell’ebreo, così familiare a un giovane transilvano dell’epoca (una delle maggiori comunità ebraiche dei Balcani), gli provoca repulsione, e fascino al tempo stesso. E, in fondo, per il giovane provinciale cresciuto ai margini della civiltà, ebreo era tutto ciò che non gli appariva familiare. Così come era presente, seppure sottotraccia, una forte fascinazione per la morte, quasi attraente ai suoi occhi. Specie se ammantata di nazionalismo e religiosità tradizionale, così legate com’erano queste due nell’ideologia peculiare di Codreanu e del suo movimento. Nel suo celebre ‘’L’inconveniente di essere nati’’ (1973) Cioran demolisce, uno ad uno, per l’ennesima volta, i grandi miti della sua giovinezza. La nazione romena, la filosofia, la religione, la stessa vita e l’umanità: cose risibili. Delle quali però, inspiegabilmente, non riesce mai davvero a ridere. Come il suo amico e connazionale Mircea Eliade, Cioran non ha mai provato a spiegare nulla, e tantomeno a spiegarsi: si è sempre limitato a mostrare, o almeno così ha sempre inteso il suo lavoro. Un lavoro vero, però, quello non le ebbe mai. Quando morì, nel 1995, si lasciava dietro solamente un’auto-biografia maniacalmente frammentata in una mezza dozzina di titoli, perlopiù raccolte di aforismi. 

In foto, Cioran nel suo studio.

Emmanuel Carrère non è mai stato, invece, un grande aforista, eppure, per qualche insondabile ragione (che è comunque in qualche modo riconducibile, come tutto ciò che riguardi Carrère, alla sua venerata madre russa) ha avvertito il bisogno, a un certo punto della sua vita, di recarsi a casa di Cioran, nella sua amata e odiata, ma mai dimenticata, Romania. In ‘’Propizio è avere ove recarsi’’ (2017) Carrère atterra a Bucarest e attraversa la città a piedi, di notte, con un certo Buia, discendente di una benestante famiglia di commercianti. Questo Buia ci tiene subito, però, a sottolineare la sua origine italiana. Quindi, una breve digressione sulla storia, a dire il vero molto interessante, della piccola ma influente comunità italiana in Romania. Carrère non può che notare, con un sorriso, il fastidio che l’identità romena pareva procurare nel suo interlocutore. Il quale, appunto, faceva di tutto per non apparire come romeno. Ed eppure, e a tutti gli effetti, lo era. Che ciò possa c’entrare con la singolare evoluzione che il concetto di identità subì, nel corso di secoli, in quelle remote contrade dell’estrema periferia europea? Non deve aver tardato molto, Carrère, a chiederselo. E in effetti, fino alla presa di potere dei comunisti, seguita al secondo conflitto mondiale, la Romania era da annoverarsi fra quei paesi dell’Europa orientale nei quali vigeva una sorta di dualismo linguistico: una parte della società, quella più colta e facoltosa, si esprimeva fluentemente in francese, tedesco, ungherese e, qualcuno, in italiano; mentre gli altri, perlopiù contadini, adoperavano il romeno. Questo discorso non vale per le nutrite minoranze sassoni ed ungheresi che, in Transilvania, sommate costituiscono la maggioranza relativa. Quando nel 1918 questa regione passò dall’Austria-Ungheria in dissoluzione al giovane stato romeno, molti presagirono ciò che sarebbe avvenuto. Lo stato romeno, come pochi altri variegato dal punto di vista etnico, confessionale e linguistico, appariva ai più come un personaggio in cerca d’autore. Questo autore parve, per un po’, essere proprio Codreanu, una sorta di Hitler in salsa romena. Mentre Cioran si recava a Parigi, infatti, ormai disilluso circa il futuro di quella che continuerà a definire, per quanto apolide, la sua patria, la Romania del generale Antonescu si apprestava a entrare in guerra al fianco dell’asse. E fu una catastrofe, cui seguirono quarant’anni di severissima dittatura comunista. 

In foto, plenum del Partito Comunista Romeno (è evidente il culto della personalità tributato al dittatore).

Sul finire degli anni 80’, il focolaio della rivolta divampò dalle terre ungheresi e sassoni della Transilvania, affatto rassegnate a subire l’identità latina e ortodossa imposta da Bucarest. E se mettiamo un attimo fra parentesi il fatto che parlare di identità latina e, al tempo stesso, ortodossa, è ossimorico, o paradossale se si vuole (e ciò è ragionevole, anche perché solo con ossimori e paradossi, come credeva Cioran, si può parlare della Romania), vediamo sul finire del secolo risorgere quelle stesse tensioni che avevano trascinato, negli anni 30’, la Romania nel baratro. A Timisoara, un sacerdote ungherese aveva guidato la popolazione contro i formidabili reparti della Securitate di Ceausescu. In poco tempo, la dittatura cadeva e il paese si apriva all’Europa. Ma gli anni 90’ segneranno solo disillusione e frustrazione: la Romania è ancora in mano della nomenklatura formatasi sotto la dittatura. Ma la religiosità popolare, nel mentre, risorge, ed ovunque si prende ad innalzare cattedrali sempre più maestose: dopo mezzo secolo di ateismo di stato, il contraccolpo è comprensibile. Resta il fatto che ungheresi e sassoni della Transilvania ortodossi non sono affatto, dividendosi tra cattolici e calvinisti: le nuove chiese non sono per loro, evidentemente. Per fortuna, però, nel 2004 arriva l’ingresso nell’Unione Europea, assieme al vicino di casa bulgaro. In questo modo, la annosa questione dell’identità del risorto paese balcanico è messa in stand-by: ci si limita a seguire la carovana europea, in quegli anni, diretta ad Est. E, al netto delle giuste critiche che possono (e devono) essere fatte all’Unione, il paese di Cioran ha tratto innegabili vantaggi dal suo ingresso in Europa. Vantaggi materiali, però, che coprono e non cancellano davvero le antiche tensioni.  

In foto, cartina etnografica della Romania post prima guerra mondiale.

Qualche settimana fa, passeggiando per le vie del centro di Cluj, in piena Transilvania, io ed altri amici veniamo avvicinati da un uomo di mezza età che parlava un italiano a dire il vero molto arrugginito. Ad ogni modo, eravamo incuriositi, quasi quanto lui lo era da noi: evidentemente, non aveva grossa dimestichezza con i turisti. Ma aveva lavorato in Italia, da giovane, e una gran voglia di ripetere le parole che, forse, in un qualche modo gli ricordavano la sua giovinezza. E in verità aveva anche un secondo scopo, assai più prosaico: dimostrarci come tutto ciò che fosse degno di nota in quella città, così come in tutta la Transilvania, era stato edificato da ungheresi o, al limite, da sassoni. Ci indicava il liceo più prestigioso della città, la scuola ungherese di teologia, la cattedrale calvinista e la sede della rinomata università locale, e ripeteva ‘’ungheresi, ungheresi, ungheresi’’. A un certo punto il suo indice si è posato sulla sagoma, in lontananza, di un casermone dell’epoca comunista su cui stava appesa, con grande fatica a dire il vero, una targa con la scritta ‘’Politia’’. Quelle ‘’pietre vecchie’’, invece, le avevano fatte i romeni. Abbiamo riso parecchio, quindi Karol si è accomiatato dopo averci suggerito un posto in cui cenare (un ristorante ungherese, naturalmente).  Non era raro che i genitori di Cioran parlassero fra loro, in casa, proprio in ungherese. Così come sappiamo che lo stesso Emil compì i suoi primi passi nella scuola elementare ungherese di Rasinari, il suo villaggio natale. Quindi si traferirà a Sibiu, capitale delle antiche comunità sassoni di minatori giunte lì in concomitanza con la grande migrazione ad est del XII-XIII secolo delle genti sassoni e prussiane (Ostdietlung, nella storiografia tedesca). Lì Cioran intraprese il percorso che lo avrebbe portato, nei primi anni 30’, a Berlino, così come a Nietzsche, Schopenhauer ed Heidegger. Fu il trasferimento a Parigi, del resto, la vera cesura col passato, e il suo personale Addio a Berlino non era soltanto un dare le spalle all’Arco di Brandeburgo. Sibiu, che poi è la città natale di Klaus Werner Ioannis, sassone di Sibiu nonché presidente della Romania per quasi dieci anni, dal 2014 al 2025. 

In foto, Corneliu Codreanu attorniata da suoi seguaci ad una manifestazione delle guardie di ferro.

Oggi, non esistono più le grandi minoranze dell’epoca di Cioran, eccezion fatta per gli ungheresi e i sinti: spazzate via da Hitler (ebrei) o da Stalin (tedeschi) o ridotte ai minimi termini dalla quarantennale dittatura (greci, italiani, bulgari), esse permangono tuttavia nell’eredità culturale che si sono lasciate alle spalle. E nel nome di battesimo, come abbiamo visto, di un presidente. In alcuni pub poi, compaiono addirittura vecchi biker con chiodi in pelle decorati da bandiere sicule (una tribù ungherese abituata a considerarsi popolo autonomo). La storia romena affonda le sue radici nella divisione e ciascun gruppo si è sempre definito in antitesi a tutti gli altri. La Unio Trium Nationum del 1437 segnò definitivamente l’alleanza tra sassoni, siculi e ungheresi propriamente detti, volta a sottomettere una volta per tutte, in Transilvania, i contadini valacchi (romeni). La situazione, ora, si è praticamente capovolta. E con la Moldavia che riconosce il romeno come sua lingua ufficiale e, nell’ottica di un più ampio progetto europeo, si avvicina sempre più alla ‘’sorella’’ maggiore, ecco che l’identità romena torna a virare, come negli anni Trenta, verso una caratterizzazione prevalentemente etnica. La Romania storica, del resto, nell’ultimo secolo è state sempre (o quasi) impegnata in un dibattito serratissimo con una Romania ‘’mistica’’ che sopravvive comunque nelle coscienze di molti romeni. Parafrasando Mussolini, si potrebbe in fondo dire che Codreanu trasse le ‘’Guardie di ferro’’ direttamente dall’inconscio della nazione romena. Cioran avrebbe assentito e, perché no, lo stesso Carrère. C’era bisogno di una fede per attaccarsi a una Romania i cui confini, di ogni tipo, appaiono oggi come ieri vaghi, come le nostre fonti a disposizione per ricostruire la storia romena nei secoli bui della dominazione turca. Che tecnicamente, a dire il vero, non fu sempre turca: negli ultimi secoli di vita, l’Impero Ottomano aveva appaltato il governo di Valacchia (Romania sotto i Carpazi) e Moldavia alle ricche famiglie greche di Costantinopoli, le quali ne approfittarono non solo per compiere ampie e documentate ruberie ma anche per reimporre una sorta di egemonia culturale che dai tempi della caduta di Bisanzio (1453) era andata indebolendosi. Lo stesso eroe greco Ypsilantis, del resto, proveniva da una famiglia di ‘’hospodar’’ greci della Valacchia. E fino ai primi del Novecento le università valacche proposero corsi in lingua greca: il romeno, semplicemente, non era contemplato. 

La repulsione di Cioran nei confronti della sua terra, così negletta, e della sua gente, così priva di storia, di eroi e di grandi imprese sulle quali avrebbe voluto fantasticare da ragazzo, si fermava solo dinnanzi a un paesaggio bucolico, a un crocicchio di paese attraversato da carretti, a uno dei tanti, tantissimi cimiteri che costellano i piccoli villaggi contadini della Transilvania, così centrali da far sembrare quasi che l’intero villaggio altro non sia che la periferia della necropoli. Tutto questo, a Cioran, non poteva che essere sempre caro. La Romania attuale, nel mezzo fra l’eredità asburgica e quella ottomana, sospesa tra la vitalità del giovane paese europeo e il peso della sua tragica storia, è sempre prima nei sondaggi che misurano il gradimento dei cittadini nei confronti delle istituzioni europee. Si potrebbe indicare la causa di ciò nei generosi fondi ricevuti, nell’impulso dato al turismo, negli accordi di Schengen, così utili alla diaspora romena. Ma così si coglierebbe solo la superficie. I romeni, infatti, sono primi anche per quanto riguarda il favore dato all’ipotesi un esercito europeo. Essendole vicini, temono la Russia? In parte sì, ma non è quello il punto. La maggior parte dei romeni, per dirla in breve, vuole naufragare dolcemente nel mare stellato della UE, meglio se in compagnia degli amici moldavi. Questo, però, potrebbe portare al risveglio delle antiche identità e delle antiche tensioni, mai del tutto sopite. E se è improbabile che Israele possa rivendicare una qualche striscia di Transilvania come indennizzo per la deportazione degli ebrei romeni nei campi, più probabile che la minoranza ungherese, magari con Budapest a fare da sponda, ricominci a farsi sentire. Un paese ancora da inventare o, se preferiamo, un personaggio in cerca d’autore, resta la Romania di oggi, e le ultime elezioni confermano che il ruolo che l’Unione Europea sembra essersi ritagliata col favore della popolazione non è affatto inattaccabile. Ma se l’identità romena, ancora, come abbiamo visto, così plastica, sarà capace di imboccare la strada che porta ad Ovest, a Berlino, a Parigi e a Roma, sicuramente sarà più facile per la stessa UE mantenere salda, stabile e costruttiva la sua presenza in Europa Orientale.  

In foto, suggestivo paesaggio transilvano.

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