Le caricature di Bucharin 

Mentre a Washington D.C si inaugurava l’obelisco che celebra il generale che ha dato il nome alla città, a Mosca nasceva Nikolaj Ivanovic Bucharin: era il nove ottobre 1888. Come giovane studente all’università di Mosca, prende parte alla fallita rivoluzione del 1905. L’anno successivo è membro della fazione bolscevica del partito socialdemocratico, guidata da Lenin, mentre nel 1907 il suo nome compare accanto a quello degli altri fondatori nell’atto di nascita del Komsomol, l’organizzazione giovanile del partito. A soli vent’anni, quindi, Bucharin diverrà membro del Comitato centrale. Il quale, però, risultava pesantemente infiltrato dalla polizia zarista. In breve tempo quasi tutti i suoi membri che non erano espatriati finirono in arresto, quindi deportati. Lo stesso Bucharin, del resto, trascorrerà confinato a Onega il 1911. Ma riuscì presto ad evadere e a recarsi in Germania, ad Hannover. Lì riprese gli studi e iniziò a collaborare con Novyi Mir, diventando in breve un affermato teorico del partito. Rientrato in Russia, è rieletto in seno al Comitato centrale e inizia a scrivere per la Pravda. Dopo la presa del Palazzo d’Inverno, è con Trockij nel sostenere la linea della guerra rivoluzionaria: niente accordi di Brest-Litovsk, ma piuttosto tentare ad ogni costo di esportare la rivoluzione sulla punta delle baionette, col sostegno dei simpatizzanti di ogni parte d’Europa. Ma, infine, gli accordi di pace vennero sottoscritti: ancora una volta, era prevalsa la linea di Lenin. In seguito, e nel giro di breve tempo, Bucharin diverrà uno dei più accesi sostenitori della così detta nuova politica economica varata da Lenin, e in generale si manterrà sempre allineato col capo del partito. Il quale, di lì a poco, verrà a mancare. Nel 1924 la situazione era all’incirca questa: da una parte Trockij, ancora convinto di un possibile contagio rivoluzionario, dall’altra, tutti i principali dirigenti del partito, Zinov’ev, Kamenev, Stalin, e lo stesso Bucharin, con quest’ultimo che stava, però, in una posizione defilata. Nel 1926, intanto, Bucharin era diventato presidente dell’Internazionale Comunista, proprio mentre Stalin rompeva con Zinov’ev e Kamenev, che quindi ripiegavano sul tentativo di far fronte comune con Trockij.  

Auto-ritratto di Bucharin.

Bucharin, capo della corrente di ”destra” del partito si allea quindi con Stalin, capo del ”centro”, mettendo all’angolo la ”sinistra”, ovvero gli stessi Trockij Zinov’ev e Kamenev. Apparentemente, il ”figlio prediletto del partito”, come lo aveva definito Lenin, era riuscito infine ad assurgere ad una posizione di primato. Un primato dimidiato, però, se pensiamo che andava condiviso con Stalin. E precario: già nel 1928 Bucharin e Stalin si scontrarono sulla collettivizzazione delle terre. Del resto, fino a quel punto Bucharin aveva cercato di non creare una frattura tra città e campagna, tenendo un atteggiamento conciliante con le popolazioni rurali. Stalin, invece, eliminato Trockij, si proponeva nei fatti di realizzarne il programma, almeno per quanto riguardava l’economia. E, quindi, ad una rapida industrializzazione si sarebbe dovuta accompagnare un’agricoltura capace di finanziare l’industria, che ai contadini piacesse o no.  Grazie ai suoi buoni rapporti internazionali, Bucharin non venne mai completamente emarginato, ma uscì dallo scontro ridimensionato assai nell’influenza personale, soprattutto all’interno del partito: Stalin si era ormai impadronito delle leve del potere. Una delle poche note positive di quegli anni è il rapporto con Togliatti, in esilio a Mosca. I due erano entrambi di bassa statura, ma Bucharin comunque era visibilmente più basso: per prendere in giro il magro risultato dell’amico, ovvero l’essere più alto di lui, lo soprannominò ”Ercoli”, nomignolo che poi Togliatti trasformerà nel suo più noto pseudonimo. Bucharin, arguto e svelto di mano, si divertiva a disegnare caricature dei membri del Politburò durante le interminabili riunioni a porte chiuse, tenendo in una mano una matita e nell’altra la pipa. Egli non esitò, più volte, a prendersi gioco dello stesso Stalin, noto per la scarsa tolleranza all’ironia, specie quella altrui. Peccato non risultino, invece, caricature di Togliatti.  

Caricature di Stalin, di Nikolaj Bucharin.

Ma, a parte la simpatia di alcuni dei più celebri dirigenti comunisti dell’epoca, a dire il vero quasi tutti stranieri, europei come Togliatti o americani, e la possibilità di vedere pubblicati i suoi articoli sui giornali del partito, non restava poi molto a colui che era stato il ”figlio prediletto del partito”. Stalin, poi, raramente perdonava del tutto i suoi oppositori: difatti, nel 37′ Bucharin venne arrestato con le solite accuse false e capziose, in breve quella di stare tramando per il rovesciamento dell’Unione Sovietica. Un anno dopo, nel marzo 1938, ovvero nel pieno delle così dette ”grandi purghe”, assieme ad altri nomi eccellenti di ormai ex-dirigenti comunisti, Bucharin si ritrovò sotto processo, quindi condannato a morte. Per tutta la vita, la moglie cercherà riabilitare l’immagine del marito, riuscendoci infine grazie all’intervento di Gorbačëv, che nel 1988 proclamò ufficialmente l’innocenza di Bucharin dalle infamanti accuse mossegli dalla ”giustizia” di Stalin. Oggi, le parole di Bucharin, persino quelle di un sofferto testamento che, in punto di morte, dettò alla moglie affinché lei potesse memorizzarlo in attesa di tempi migliori, suonano comunque lontane, pallide eco di un’epoca definitivamente superata. La serrata polemica che lo condusse al patibolo, lui come milioni di russi, milioni di sovietici e, probabilmente, milioni di europei, semplicemente non ha senso, ai nostri occhi. Forse, di senso ne era priva anche all’epoca dei suoi protagonisti: in fondo, Stalin era interessato al potere, e non certo a quelli che lui avrebbe definito sofismi, e che gente come Bucharin, invece, si ostinava a chiamare teorie. Per le caricature, invece, è tutto un altro discorso: intravediamo, da quei pochi, semplici, tratti di matita o di biro, molte, parziali, verità su quelli che furono i primi vent’anni di Unione Sovietica.  

Nell’ordine, caricature di Kamenev, Zinov’ev e Ordhzonikidze.

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