Aleksandr Fedorovic Kerenskij: l’altro Lenin.  

Oggi, è chiamata Ul’janovsk, in onore di Vladimir Il’Ic, ma all’epoca tutti la conoscevano come Simbirsk. Un anonimo porto fluviale sul Volga, molti operai e i primi nuclei di ceto medio che, proprio in quegli anni, si andavano formando: questa, all’incirca, era la situazione in città nel 1881, quando nacque Kerenskij. Suo padre, funzionario del ministero dell’istruzione, restò in provincia giusto il tempo di vedere nascere Aleksandr Fedorovic e di impartire, nel tempo libero, lezioni di lettere a un ancora giovane Lenin. Mentre il padre scalava i ranghi della burocrazia imperiale fino a divenire consigliere di stato, Kerenskij si iscriveva all’università di Pietrogrado, facoltà di Giurisprudenza. Qui, benché fosse più vecchio di lui di undici anni, ritrovò il ragazzo cui suo padre impartiva pazientemente ripetizioni, ovvero Lenin.  

Cartolina di Simbirsk-Ul’janovsk, primi anni del ‘900.

A questo punto, le strade dei due paiono separarsi: Kerenskij segue il padre in Turkestan, matura l’idea di non intraprendere una carriera nell’amministrazione imperiale e si impiega, a Pietrogrado, in una società di assistenza legale. Lenin, già membro del partito socialdemocratico, viaggia in Europa, esule, seguito da un pugno di fedelissimi coi quali, negli anni, riesce a costruire una forte base di militanti bolscevichi disposti a riconoscerlo come loro leader. Kerenskij, invece, anche lui attivò politicamente, si avvicina ai Socialisti Rivoluzionari, anti-zaristi, repubblicani, in maggioranza riformisti e, soprattutto, radicati nelle campagne. Lenin, al contrario, immagina i suoi bolscevichi, innanzi tutto, come partito di operai. Solo in seguito, con la guerra, arriveranno anche i soldati.  

Nel 1905, in occasione dell’insurrezione anti-zarista, sia Lenin che Kerenskij si ritrovano a Pietrogrado, impegnati a propagare i moti. Ma, una volta spenta la rivolta, Lenin riprenderà la via dell’esilio, mentre Kerenskij, imprigionato, trascorrerà un anno in carcere. Nel 1912 quest’ultimo riesce ad essere eletto alla Duma, tra le file dei Socialisti Rivoluzionari, un tempo propensi al terrorismo, ma ora devoti alla causa della riforma agraria. E per quanto fosse, in via di principio, contrario all’entrata della Russia in guerra, Kerenskij finirà via via per sostenere sempre di più lo sforzo bellico. Ed è questo, probabilmente, il definitivo punto di rottura con Lenin. I due non si sarebbero comunque sopportati, a livello personale, ma ciò che, politicamente, li ha resi antitetici è stato proprio il conflitto, la ”grande” guerra.  

Bandiera del partito Socialista Rivoluzionario.

Tra febbraio e marzo del 1917, mentre Kerenskij costituiva, assieme a tutti i partiti, eccetto monarchici e bolscevichi, una coalizione di governo, Lenin non smetteva di ripetere che il popolo russo voleva, a tutti costi, la fine della guerra. Kerenskij, intanto, rassicurava gli alleati: la nascente Russia, repubblicana e democratica, non sarebbe venuta meno agli impegni presi con i suoi alleati. Lenin tornò in Russia a bordo del celebre ”treno tedesco”, con tutto ciò che ne conseguì. Kerenskij, a dire il vero, non lo considerava ancora un avversario così temibile. Comunque, a luglio i bolscevichi di Lenin, che quasi isolati tuonavano per la fine del conflitto, vennero imprigionati. Tra loro, Trockij e la Kollontai, ma non Lenin, che travestitosi era riuscito a fuggire nottetempo verso il confine con la Finlandia. Per Kerenskij era giunto, dopo l’apparente successo, l’inizio della fine.  

Difatti, i cosacchi si ribellano guidati dal generale Cornilov, e con le truppe regolari al fronte Kerenskij è costretto a liberare i bolscevichi e armarli, così che difendano la città dal colpo di mano dei militari. Lenin non si lascia scappare l’occasione: qualche mese dopo, mentre l’esercito russo, stremato, al fronte si disfa di giorno in giorno, i suoi bolscevichi danno la spallata finale al governo provvisorio di Kerenskij. Il 25 ottobre (calendario giuliano), infatti, i bolscevichi prendono d’assalto al palazzo d’Inverno, da cui Kerenskij, però, era già fuggito. A sostenere i bolscevichi, nell’attacco, è l’incrociatore Aurora, che ancora oggi è ancorato allo stesso molo di quel 25 ottobre, lungo l’imboccatura della Neva. 

Da una parte, c’è Lenin, che predica la fine delle ostilità e tenta di formare un governo di commissari del popolo, coinvolgendo anche alcuni altri partiti socialisti, dall’altra Kerenskij, che dopo aver chiesto una tanica di benzina all’ospedale inglese di Pietrogrado si dirige in auto al fronte, nel disperato tentativo di raccogliere quanti più reggimenti fedeli gli fosse stato possibile. I bolscevichi parevano vittoriosi, ma erano isolati. Già il giorno successivo alla loro presa del potere girava voce che Kerenskij, con un grosso esercito, fosse in prossimità di Pietrogrado, desideroso di riprendersi il potere. 

In foto, Kerenskij arringa le truppe.

Due giorni dopo, Kerenskij lanciava un proclama di questo tenore, che ci riferisce John Reed: ”Io, ministro presidente del governo provvisorio e comandante supremo di tutte le forze armate della Repubblica russa, dichiaro di essere alla testa dei reggimenti al fronte rimasti fedeli alla madrepatria. Ordino a tutte le truppe del distretto di Pietrogrado, che per errore o per insania hanno risposto all’appello dei traditori del loro paese e della rivoluzione, di tornare al loro dovere senza indugio. Quest’ordine sarà letto in tutti i reggimenti, battaglioni e squadroni”. Poco dopo, Kerenskij occupava senza colpo ferire Gatchina, prossima alla periferia di Pietrogrado.  

Ma Lenin, intanto, tesseva la tela della sua rivoluzione: era riuscito ad assicurarsi il sostegno dell’ala sinistra dei socialisti rivoluzionari, causando una scissione del partito, e la neutralità di quasi tutte le altre formazioni politiche e sindacali, la maggior parte delle quali, comunque, simpatizzava per i bolscevichi. In particolare, il sindacato ferrovieri, il più potente della Russia, si schierò contro Kerenskij. I treni coi rinforzi non arrivavano, e il capo del governo provvisorio si ritrovò isolato. In tutta la Russia, intanto, i bolscevichi occupavano i gangli del potere. In breve, fu chiaro che Kerenskij non aveva più alcuna speranza. Ancora una volta, fuggì. Travestitosi da marinaio, si allontanò dal quartier generale poco prima che i delegati dei bolscevichi riuscissero ad incontrarlo.  

Con questo gesto, il giovane avvocato idealista, appassionatosi alla causa del popolo russo leggendo Tolstoj nel chiuso di uno stanzone d’ospedale, perdeva tutta la popolarità che gli era rimasta. Con lui, probabilmente, ha fine la categoria storico-politica del ”populismo” russo, che niente ha a che fare con quello contemporaneo, ovviamente. Soprattutto, con lui ha fine l’unico tentativo, sebbene in fondo dilettantesco e, diciamo pure, ingenuo, di costruire una vera democrazia in Russia, sul modello francese, che allora rappresentava la repubblica per eccellenza. Con Lenin, invece, si imponeva il nuovo, e quindi l’ignoto. 

Caricatura bolscevica di Kerenskij, aspirante Napoleone manovrato dalla borghesia.

Kerenskij andò in esilio nella Parigi in cui, vent’anni prima, aveva vissuto da esule Lenin, assieme a molti altri bolscevichi. Trascorse vent’anni a scrivere memorie, perlopiù di quei pochi mesi, che andavano dal febbraio al novembre del 1917. Quando Hitler, nel ’40, si impossessò di Parigi, egli partì per gli Stati Uniti, dove si mise ad insegnare letteratura russa, mentre in occasione dell’invasione nazista dell’Urss egli offrì il suo aiuto a Stalin, che non si degnò neppure di rispondergli. Dopo la guerra, si traferì in California, ad insegnare, questa volta, storia russa. Il suo rivale, Lenin, era morto da più di vent’anni, così come la famiglia imperiale che, per quanto Kerenskij avesse fatto di tutto per trarla in salvo, finì giustiziata nei boschi presso Ekaterinburg. 

Lui, Aleksandr Fedorovic Kerenskij, invece, si spense solamente nel 1970, a New York, a 89 anni, come uno degli ultimi testimoni viventi della Rivoluzione russa. O, meglio, delle due rivoluzioni. Le sue spoglie si trovano in un cimitero non confessionale, poiché né la Chiesa ortodossa russa né quella serba gli perdonarono mai il ruolo avuto nella deposizione degli zar, nonché il suo essere massone. E si trovano a Londra, poiché non venne mai perdonato neppure dai successori di Lenin. E pensare che fu proprio la sua ingenuità a spianare loro la strada verso il successo.  

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