Herzen, Bakunin e i socialisti-rivoluzionari.
Isaiah Berlin, in uno dei celebri saggi de ”Il riccio e la volpe” (1978), sceglie di introdurre la figura di Aleksandr Herzen con il breve estratto di un dialogo, riportato nell’autobiografia dello stesso Herzen (Passato e Pensieri), avvenuto tra quest’ultimo e il socialista-utopico francese Louis Blanc:
”La vita umana è un grande dovere sociale” (disse Louis Blanc). ”L’uomo deve costantemente sacrificarsi per la società”.
”Perché?” domandai improvvisamente.
”Come ‘perché?’ È chiaro che tutta la vita dell’uomo ha per scopo e missione il benessere della società”.
”Ma lo scopo non sarà mai raggiunto se ognuno fa sacrifici e nessuno se la gode”.
”Qui si gioca con le parole”.
”Sono le idee confuse di un barbaro” risposi ridendo.

Aleksandr Herzen, ”padre” del populismo russo.
E, in effetti, in queste poche battute si avverte tutta la potenziale carica dissacrante di un uomo che, spesso, finiva con l’accompagnare le sue osservazioni al riso. Ma, in generale, questa risposta, sprezzante e ironica allo stesso tempo, è quella che sempre daranno, Herzen e, più in generale, i populisti russi, ”a tutti coloro che, come Mazzini o Kossuth, come i socialisti o i comunisti, chiedevano supremi sacrifici e sofferenze per la causa della civiltà e dell’uguaglianza, in nome della giustizia o dell’umanità, per traguardi che si collocavano, se non nel presente, almeno nel futuro” (Il riccio e la volpe, 1978). Il rifiuto, quindi, di ogni dogmatismo, di ogni ”idealismo”, di ogni ”dualismo metafisico” così come di ogni ”escatologia secolare”. Per Herzen, insomma, ”lo scopo della vita è la vita stessa, lo scopo della lotta per la libertà è la libertà qui e oggi”. Una libertà, per la ‘scuola’ populista, cui Herzen fece da maestro – sempre che l’insopprimibile tendenza anarchica del movimento potesse tollerarne uno – che è, dunque, ”libertà per gli individui che vivono adesso, ciascuno con i suoi fini particolari, con i suoi fini che considera sacri e per i quali si agita, combatte e soffre”. Di conseguenza, infine, ”soffocare la libertà degli individui, arrestare la loro corsa, spogliarli dei loro fini a favore di una ineffabile felicità nel futuro, è una sopraffazione cieca, poiché quel futuro è sempre troppo incerto, e malvagia, poiché offende i soli valori umani che conosciamo, calpesta la vita umana nella sua realtà e nelle sue necessità…”.
Nato a Mosca nel 1812 al tempo, ricordato con nostalgia elegiaca da Tolstoj, nel quale l’élite russa usava ancora esprimersi prevalentemente in francese, Herzen proveniva e incarnava quello sparuto ”ceto medio” che si collocava tra i rari splendori della corte e le migliaia di tabarri lisi indossati dalle moltitudini disperse dei contadini russi. Si avvicina alle idee rivoluzionarie e anti-zariste in coincidenza col fallimento dell’insurrezione ”decabrista” (1825). Presto prenderà, comunque, la via dell’esilio europeo, pur restando, costantemente, in contatto con numerosi ambienti dell’emigrazione politica russa, che del resto in quegli anni stava contagiando di ardore rivoluzionario i salotti di mezza Europa. Lui e il suo amico Bakunin, che in seguito verrà ricordato come il padre dell’anarchia, trascorrevano serate interminabili a ubriacarsi, litigare e progettare la futura Russia, quella che avrebbe seguito la fine dello zarismo. Su alcuni punti, non molti a dire il vero, i due si trovavano d’accordo: per entrambi il comunismo non è altro che ”un movimento livellatore”, nonché ”il dispotismo di turbe esaltate, di comitati di salute pubblica che invocano la sicurezza del popolo”, così come entrambi trovano spregevole l’ipocrisia delle democrazie occidentali che offrono diritti civili a chi è affamato ed esposto a ogni sorta di disagio. E, ancora: la via da percorrere, in Russia, non sarebbe dovuta passare dall’applicazione delle teorie dei socialisti utopici, né da una ”rivoluzione” liberale, sul modello delle numerose che avevano scosso i paesi dell’Europa Occidentale, ma sarebbero stati i contadini russi, per la prima volta, da oggetto che erano sempre stati, a farsi soggetto operante della Storia con la esse maiuscola. Come? Applicando l’atavica organizzazione collettiva dei villaggi russi all’intero stato, una federazione di ”consigli di villaggio”, decentrata e utopisticamente concepita come l’unica forma di governo capace di conciliare l’uguaglianza con la libertà, senza trascurare la fratellanza, che era e resterà sempre, poi, il vero pallino dei ”populisti” russi.
Che si tratti o no, soltanto, di una suggestione hegeliana, l’idea che il contadiname russo, finalmente, fosse pronto a farsi forza storica, o meglio, a entrare nella storia con tutta la sua forza, non era certo peregrina: lo stesso Tocqueville, nel suo profetico ”La democrazia in America” (1831) aveva previsto il grande balzo che avrebbero, poi, compiuto i russi e, naturalmente, gli americani. Ma nei populisti, e in Herzen in particolar modo, quest’idea fissa, ovvero la convinzione che il governo dello zar avesse i giorni contati, si sommava, e veniva, a dire il vero, quasi del tutto assorbita, da una cieca e irrazionale, si potrebbe dire mistica, fede nel popolo russo, nei contadini sparsi alle pendici degli Urali. Herzen credeva che laggiù, nei villaggi incontaminati da civiltà borghese e progresso, ancora avesse dimora una vera e piena libertà. La guerra contro Napoleone aveva risvegliato la Russia dal suo sonno millenario ed Herzen, cresciuto coi racconti della balia che gli narrava dell’occupazione francese di Mosca, culminata col celebre, spaventoso incendio, la considerava un’occasione da non farsi sfuggire. Bakunin, del resto, era d’accordo con lui, e così molti altri. Un gruppo di intellettuali filo-rivoluzionari che, però, nel giro di una sola generazione, finì con l’essere bollato di cinismo, se non di vero e proprio opportunismo: Lenin, del resto, e con lui l’intera storiografia sovietica, considerò sempre i populisti come portatori di un ribellismo che, per definizione, non poteva che essere sterile, come le loro idee, da mettere, per usare le parole di Trockij, nella ”spazzatura della storia”.
La verità è che Herzen e i suoi, per quanto figli del romanticismo tedesco, avevano letto abbastanza Hegel e viaggiato a sufficienza in Europa per dubitare. E lo scetticismo, in breve, specie agli occhi dei rivoluzionari più intransigenti, come i futuri bolscevichi, sarebbe diventato un peccato mortale. Come ricorda Berlin, ”Herzen era scettico, se non altro, perché credeva (…) che in linea di principio non potesse esservi una risposta elementare o definitiva a nessuno degli autentici problemi dell’uomo”. Insomma, accusato di passatismo dai ”giovani” dell’ultimo quarto dell’Ottocento, la generazione dell’attentato allo zar Alessandro II, egli era in realtà tragicamente moderno. Tragicamente perché ciò lo condannava ad un inevitabile isolamento. ”Non basta disprezzare il trono; non bisogna prosternarsi (nemmeno) davanti al berretto frigio”, usava ripetere. Il che significava, all’incirca, che la caduta dello zar non avrebbe in automatico generato un sistema migliore. Anche se, a dire il vero, a tratti egli stesso da ad intendere di credere ad una rivoluzione che porti alla caduta dello zar senza ulteriori specificazioni. Ma, ogni volta che questa rivoluzione si concretizzò, prendendo le forme dell’uno o dell’altro contendente, Herzen se ne ritrasse inorridito. E così morì, isolato, a Parigi, nel 1870, qualche mese prima che scoppiassero le ostilità tra Francia e Prussia.
”Dai suoi scritti (di Herzen) deriva la vigorosa tradizione di umanesimo libertario che ha accompagnato il socialismo russo ed è stata sconfitta soltanto nell’ottobre 1917”: così scrive il solito Berlin. Il ”nostro”, Franco Venturi, in effetti, poi (1952), ebbe a definire i populisti russi dei socialisti ”non marxisti”, a-scientifici e, in generale, antidogmatici, ma resta comunque arduo, come tentò lo stesso Venturi, trasporre le categorie politiche russe in Occidente, e viceversa. Così, più puntuale ci appare la descrizione di Berlin, verbosa e, se vogliamo, vaga, ma anche, intimamente, più vera, esattamente come lo era, rispetto a quelli stilati dai loro successori più radicali e intransigenti, il programma politico dei populisti: per Berlin, infatti, ”quello che va sotto il nome di populismo russo non è un preciso partito politico né un coerente sistema dottrinario”, quanto ”un vasto movimento radicale che si diffuse nella seconda metà dell’Ottocento”. Ne capiamo meglio, quindi, oltre che la parabola, l’epilogo: quel disperato tentativo di Kerenskij, destinato in vero al fallimento, di tenere assieme tutte le forze che, in un modo o nell’altro, si consideravano ”parlamentari”, era un vero e proprio ossequio a quella tradizione che, hegelianamente, ma potremmo, a questo punto, anche dire Herzenianamente, rifiutava ogni formula preconcetta, credendo che solo una dialettica tra diversi punti di vista potesse instaurare una vera relazione tra il popolo russo e il suo governo.
Come sappiamo, politicamente Lenin spazzò via Kerenskij, con i suoi slogan scanditi battendo il pugno o agitandolo a mezz’aria, mentre la cultura russa espelleva, col successo della rivoluzione bolscevica, le ultime scorie di ”populismo” ancora rimaste. La libertà così come la concepiva Herzen resta, comunque, la sola, originale, idea di libertà mai concepita da cervelli inguaribilmente russi. È pure vero che, non di rado, l’afflato libertario si tradusse in gratuiti atti di terrorismo, e che i Socialisti-Rivoluzionari, diretti discendenti del populismo di Herzen, uscirono meschinamente di scena, ma Kerenskij, pure cinico e, forse, un po’ opportunista, non avrebbe potuto regalare un canto di cigno migliore alla neonata e già morente democrazia liberale russa.
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