Cosa resta dell’ideologia Ba’ath?

Luci e ombre di un pensiero arabo, laico, socialista.

In seguito all’invasione dell’Iraq nel 2003, pare che le forze statunitensi avessero progettato di far esplodere, come atto dimostrativo, il mausoleo funebre di Michel Aflaq, il più noto teorico del Ba’athismo. Tornarono sui propri passi solamente per via del clamore che la notizia aveva iniziato a suscitare nell’intero mondo arabo. Saddam Hussein, colui che fino a poco prima era a tutti gli effetti il padrone dell’Iraq, aveva dato ospitalità al vecchio Aflaq per guadagnare a sé ed al suo regime la patente di ortodossia politica, e anche per suggerire all’intero mondo arabo che l’Iraq, e non la Siria degli Asad, era il vero baluardo dell’ideologia Ba’ath. Morto Aflaq, nel 1989, il suo mausoleo, come abbiamo visto, continuava a trovarsi al centro della geo-politica regionale. Da vivo, però, tutti, o quasi, l’avevano ignorato, compreso lo stesso Saddam, che lo lodava tanto volentieri quanto lasciava inascoltati i suggerimenti e le teorie di Aflaq. Quest’ultimo aveva elaborato, assieme ad alcuni compagni studenti a Parigi nella seconda metà degli anni 30’, l’ideologia Ba’ath (rinascita) ponendole alla base un trittico costituito da ‘’unità araba, libertà e socialismo’’. E quindi panarabismo, nella lotta anticoloniale, e socialismo, nell’edificazione delle nuove nazioni indipendenti. Il tutto co-ordinato da un grande partito Ba’ath in grado di condurre i popoli arabi sulla strada del progresso. Già nel 1966, però, il panarabismo fu messo da parte in seguito all’acuirsi delle tensioni tra i due principali tronconi del partito Ba’ath: la fazione siriana e quella irachena. I siriani, più vicini, quantomeno nelle intenzioni, alla socialdemocrazia, e gli iracheni maggiormente orientati verso una forma araba di fascismo.  

In foto, mausoleo di Michel Aflaq.

Era dunque avvenuto ciò che Aflaq temeva, e le cause non potevano che essere più scontate. Infatti, in Siria, dopo la breve unione con l’Egitto di Nasser (Repubblica Araba Unita, 1958-’61), i ba’athisti avevano definitivamente preso il potere nel ‘63, attraverso un colpo di stato militare. In Iraq, invece, dopo la cacciata del re, nel ‘58, una situazione di grande instabilità aveva finito col produrre il medesimo esito nel 1968. Ma il Ba’ath iracheno, ideologicamente confuso e con una presa assai debole sulla società, nel 1979 fu facile preda di Saddam Hussein, che ne strumentalizzò l’ideologia utilizzando il laicismo contro l’Iran degli ayatollah e il socialismo nei suoi strali contro gli Stati Uniti, senza mai davvero provare a mettere in pratica le teorie ba’athiste. La storia, ben poco gloriosa a dire il vero, di questo filone del partito, monopolizzato da Saddam e dai suoi, passerà da una maggioranza sunnita a una sciita, assumendo via via un carattere sempre maggiormente militarista, che culminerà, come sappiamo, nelle due guerre del Golfo. Più interessante il caso siriano: il paese, indipendente dal 1946, vide l’affermazione dei ba’athisti nel 1963, appunto, e il loro all’inizio fu realmente un tentativo di applicare le idee del damasceno crisfiano Aflaq e del suo compagno alauita Al-Arsuzi. Le terre vennero collettivizzate e le imprese nazionalizzate, tanto che in breve la borghesia sunnita divenne ostile al Ba’ath. L’uomo giusto, nel momento giusto, per così dire, in quel contesto fu Hafiz Al-Asad, il padre di Bashar, un capitano di aereonautica che nel 1970 si pose a guida di un nuovo golpe che assunse, nelle sue parole, la forma di una semplice riforma. 

Come scrisse Lorenzo Trombetta (Mondadori, 2014) ‘’nel novembre del 1970 Asad prese il controllo di una Siria profondamente diversa nella sua struttura politica da quella in cui viveva quando, nel 1944, fu iscritto a una scuola superiore a Latakia’’. Del suo clan, alauita, egli fu il primo a ricevere un’istruzione ‘’secondaria’’, e proprio in quegli stessi concitati anni nei quali ‘’i partiti ideologici di massa (…) raccoglievano consenso nell’emergente classe media che dalle campagne stava occupando i centri urbani”. Matura dunque in lui, neo-presidente, l’idea di uno stato in cui ‘’più che strutture burocratiche’’, ‘’i servizi di sicurezza, le forze speciali dell’esercito e gli organi decisionali del partito’’ tendono sempre più a sovrapporsi e a coincidere con ‘’reti familiari e clientelari’’. Tali legami, fin dall’inizio, ‘’furono determinanti per assicurare la coesione interna al nucleo di potere…’’. In economia, invece, una sorta di Nep di sovietica memoria, fu proposta da Hafiz: temperare la fretta rivoluzionaria con un po’ di moderazione borghese. Gli imprenditori furono soddisfatti, e in generale la componente sunnita della società siriana, a differenza che in Iraq largamente maggioritaria, scelse in quel momento di venire a patti col nuovo regime, abilmente cooptata da quest’ultimo attraverso concessioni, favori e legami personali. Hafiz si mostrò lungimirante in quell’occasione e, addirittura, venne meno alla laicità ba’athista modificando la Costituzione siriana: da quel momento sarebbe stato obbligatorio per il presidente essere di fede mussulmana. L’accordo era dunque stato raggiunto e, mentre il regime si preparava a dare ordine e stabilità alla ‘’nuova’’ Siria degli Asad, Hafiz si industriava per venire a capo del maggiore problema: la gran parte del mondo islamico non riconosceva a sé e al suo popolo, gli alauiti, la patente di veri credenti. 

In foto, Hafiz nello studio presidenziale.

I siriani sunniti avevano schivato un presidente socialista, ma ancora rischiavano di ritrovarsi presieduti da un eretico. La soluzione fu trovata nelle parole di un anziano sceicco sciita libanese che, nel 1974, si risolse a riconoscere gli alauiti ufficialmente come mussulmani. Anche gli sciiti, per un sunnita, sono eretici, ma non certo quanto un alauita o un druso. Al limite, lo sono quanto lo è un cristiano, o un ebreo, sempre che non sia israeliano quest’ultimo, ovviamente. Aggiungendo poi armeni, curdi e assiri, il quadro è ora completo. Ognuno dei popoli e delle confessioni sopraccitati rappresenta una tessera, nel complesso puzzle siriano: Hafiz Al-Asad ebbe il compito di fare ordine. O quantomeno così interpretò il suo mandato. La soluzione, e in parte anche la causa, dei suoi problemi, risiedeva nella peculiare struttura che il partito Ba’ath aveva in Siria. I membri del partito, infatti, perlopiù giovani di media cultura provenienti dalle classi sociali recentemente inurbatesi, erano ufficiali, impiegati, insegnanti. E, ciò che più conta, erano in buona parte esponenti di tutte quelle minoranze che il laicismo del Ba’ath non poteva che soddisfare, nella loro richiesta di un patriottismo siriano che non fosse legato all’islam. Le minoranze, dunque, si ritrovarono a contrattare con la maggioranza un nuovo contratto sociale, basato su un semplice scambio: ai primi le leve del potere politico, ai secondi l’economia.  

In foto, mappa della ”grande” Siria sotto mandato francese.

Già dal 1930 al 1946 erano esistite, in verità, due piccole entità statuali, una alauita e una drusa, nell’ambito del dominio coloniale francese. Gli alauiti attorno di Latakia e i drusi insediati Sud, in direzione delle alture del Golan, erano poi i più propensi a prestare servizio nelle truppe coloniali francesi. In queste ultime gli alauiti rappresentavano addirittura la maggioranza relativa. Se a ciò aggiungiamo che queste stesse minoranze, unite ai cristiani, greco-ortodossi ma non solo, in quegli anni si affannavano a far studiare i propri figli presso istituti occidentali, francesi o inglesi che fossero, ci facciamo infine un’idea delle tensioni e delle pulsioni che si agitavano nel ba’athismo siriano. Da una parte, delle minoranze attive che finiranno a infoltire i ranghi dei neonati eserciti e delle neonate burocrazie, dall’altro coloro che, tradizionalmente, avevano in mano le leve del potere, innanzi tutto economico. Hafiz non fece che mettere nero su bianco questo nuovo equilibrio, cristallizzarlo in un regime che di rivoluzionario ebbe sempre ben poco: quella di Hafiz, in definitiva, fu una mossa reazionaria. Bisogna ammettere, però, che il giovane ufficiale alauita aveva le sue ragioni. Ora che sunniti e curdi (forse) hanno trovato un accordo per lasciarsi definitivamente alle spalle l’eredità degli Asad, padre e figlio, e che il velo ba’athista che (sempre meno) copriva come un tappetto la polvere delle tensioni interetniche ed interconfessionali è stato definitivamente squarciato da quelli che Bashar, dall’alto del suo proclamato laicismo, definiva ‘’fondamentalisti’’; ora che un nuovo capitolo si apre nella pur giovane storia della Siria indipendente, ora che gli scheletri degli Asad raggiungono quelli ottomani e quelli coloniali nell’armadio della Storia con la esse maiuscola di quello che, un tempo, veniva indicato come ‘’Levante’’; ecco che il disegno degli Asad appare in tutta la sua cinica, spietata chiarezza.  

Era soltanto un compromesso, al ribasso per i siriani e a tutto vantaggio del regime, quello che si era ridotto ad essere il Ba’ath. Un compromesso che aveva sacrificato ad una astratta indipendenza le ben più concrete aspirazioni sociali e panarabe. Ma, soprattutto, un compromesso, in definitiva, incapace di reggere. Le prime vittime degli Asad, difatti, dei loro (duscutibili) trionfi così come delle loro (plateali) sconfitte, si candidano ad essere proprio quelle minoranze che il regime si piccava di tutelare: caduto questo, nulla impedirà alla maggioranza, angariata per decenni, di incrudelire sui vinti. E sicuramente pagheranno, se già non è avvenuto, per i crimini degli Asad e dei loro apparati, migliaia di alauiti, cristiani e drusi del tutto innocenti. Del resto, è possibile un clima di fiducia fra diversi in un paese che per decenni è vissuto nel sospetto e nella delazione? Il Levante leggendario dei viaggiatori europei di inizio Novecento iniziò a morire già all’atto della sua nascita come presenza fissa nel nostro immaginario collettivo: un’eterna decadenza. Ma oggi pare che si sia davvero giunti alla parola fine. L’unica eredità che il Ba’ath lascia alla Siria è un cumulo di domande sulle quali svetta, imponente e irrevocabile, la domanda per eccellenza: una Siria esiste? Sottotraccia, un secondo interrogativo, che ci potremmo porre, anche, in omaggio alla memoria di Aflaq e dei suoi ingenui amici: cosa sarebbe successo se gli ideali del Ba’ath originario non fossero stati traditi in modo così plateale da Hafiz e da suo figlio Bashar?  

In foto, siriani esultano dopo la caduta del regime degli Asad (presa di Damasco da parte dei ribelli, 7 Dicembre 2024).

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