Pravda e Istina: le due verità dei russi

”Quid est veritas?” (cos’è la verità?), domanda ironico Pilato a Gesù, nel vangelo secondo Giovanni (18,38), dopo che quest’ultimo ha dichiarato al governatore romano di predicare la verità. Qualcuno, parecchi secoli dopo, maliziosamente noterà che Pilato non si aspetta una risposta: la sua era, evidentemente, una domanda retorica; il tono, con cui veniva posta, sprezzante.

In foto, copie della celebre ”Pravda” sovietica.

La verità, kantianamente, è spesso intesa perlopiù in senso strumentale: ci si comporta ”come se” esistesse, in determinati contesti, per raggiungere determinati scopi. Insomma, la verità bussola dell’agire, quella che dall’alba della storia viene detta filosofia morale o, se preferiamo, più semplicemente galateo. E questa, in russo, è la pravda: pravda è la verità che ci sta davanti e che, afferrata, si rivela in tutta la sua finalistica bovinità. Ognuno di noi, in fondo, per tirare avanti, ha bisogno di una pravda: la famiglia, il lavoro, il partito…

Non a caso, pravda è stato il nome dell’organo di stampa ufficiale del partito comunista dell’Unione Sovietica. Era la verità dei bolscevichi e, quindi, la risposta, di volta in volta concava e convessa, a seconda della bisogna, al ”Che fare?” lenianiano, che ancora fischiava nelle orecchie bolsceviche. La pravda era, ed è, quindi, una verità parziale. L’unica che si può empiricamente delimitare.

Istina, invece, è tutt’altro: come un senso di ieratica ineffabilità circonda questo termine e lo vela di fascinoso mistero. Che sia riferito a un dogma, o ad un assioma geometriche, istina implica un che di mistico, quasi la si potesse percepire, sì, ma mistica-mente, e non altrimenti. Nessun comunista, ovviamente, si è mai sognato di fondare un giornale con questo nome.

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